Proseguo qui una discussione a due iniziata qui: http://l_antonio.ilcannocchiale.it/comments/1945176
La proseguo nel mio blog per motivi di spazio e per consentire ad altri, spero, di intervenire (il precedente post è ormai quasi disperso nella rete, ma chi ne avesse voglia può vedere le precedenti puntate, che si possono riassumere nel quesito: esiste oggi uno stato di necessità?)
Non vorrei proseguire troppo su Schmitt (anche se resto dell’idea che quando Schmitt scrive che “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”, non intende sottolineare tanto il momento della decisione – anche perché è tautologico dire che è sovrano chi decide – quanto indicare in quale ente risiede la facoltà di prendere decisioni e in tal senso il ricorso al caso dello stato di eccezione non è un artificio, è il caso estremo che mostra chi detiene la sovranità, ossia chi può decidere che una data situazione è tale da richiedere una sospensione della libertà o un’uscita dai vecchie situazioni. In tal senso il caso di eccezione è il momento topico che mostra dove risiede il potere).
Quello che importa, secondo me, è il continuo ricorrere oggi allo stato di eccezione. Su questo occorre interrogarsi. Io non credo che si sia di fronte a un semplice disegno antidemocratico, ma che vi sia un fondamento reale, che sia in atto un cambiamento nei modi e nelle forme della vita sociale.
L’eccezione non è, come dici, “giuridica”, è se mai una zona d’ombra che si colloca tra il diritto e il fatto politico, che si impone quando eventi non previsti irrompono nel tessuto sociale e ne mettono in crisi la stabilità. In altre parole l’evento eccezionale (o la serie di eventi eccezionali) rischiano di interrompere le strutture dell’ordinario equilibrio sociale. Quando un evento eccezionale si avvera, allora l’ordinamento giuridico vigente può arrivare a difendersi sospendendo il diritto stesso fino al ristabilimento della normalità. Il problema si pone se questa interruzione, se questa eccezionalità non ha carattere contingente, ma strutturale; se l’eccezionalità deriva da debolezze dell’ordinamento di fronte alla mutata situazione politica e sociale.
A me pare che il richiamo continuo che oggi si fa alla “necessità” rifletta una situazione reale. Per cercare un’analogia storica, mi sembra si possano trovare similitudini con l’incapacità della democrazia liberale forgiatasi nel corso dell’800 a governare l’innovativa situazione determinata dall’irrompere delle masse sulla scena politica a cominciare dal principio del 900. Quell’irruzione e il conseguente mutamento della situazione politica determinò una situazione eccezionale dal punto di vista di un sistema democratico nato in funzione del governo di pochi, sia pure in nome di tutti. L’antiparlamentarismo di fine 800, l’esplosione nazionalista, l’involuzione protezionista nei rapporti tra gli stati ecc. riflettono queste difficoltà e la svolta violenta e l’involuzione totalitaria del 900 non vanno lette solo come risposta inquadrabile in un contesto nazionale (la crisi tedesca, i problemi strutturali dell’Italia liberale, l’arretratezza spagnola ecc.), ma come casi estremi di risposte a nuove domande poste dai cambiamenti storici, cambiamenti in quel caso riassumibili in quella svolta epocale che fu l’irruzione delle masse nell’arena politica.
In questo senso il problema non è tanto capire se i rifiuti di Napoli sono governabili con strumenti ordinari o se occorrano provvedimenti eccezionali. Il problema che la sinistra dovrebbe porsi è che i vecchi strumenti concettuali di comprensione e quelli istituzionali di intervento sono inadeguati, non solo nel rapporto governo nazionale e governo locale, ma tra governo nazionale e governo mondiale. Schmitt è forse ormai inadeguato perché il suo riferimento era lo Stato nazione, ma oggi – chiunque sia il detentore della sovranità in ambito nazionale – conta poco rispetto a necessità di governo che sono globali. Le decisioni in campo economico, per dire, non sono più di competenza nazionale, non è la banca centrale a decidere il governo della moneta, come non è il ministro degli interni o della difesa a decidere la nostra linea, se non in termini letterali di “difesa”, che non è una politica, ma solo la risposta contingente a una serie di problemi non previsti o non comprensibili. Non sarà mai il governo italiano che potrà stabilire i termini in cui giocare la sicurezza dei cittadini o il modo di realizzare il binomio ordine+libertà, perché i mutamenti nella vita degli individui vengono in realtà decisi a livelli differenti, non più nazionali.
È certamente inquietante la proposta di prendere l’impronta digitale ai bimbi rom, ma è nulla in confronto al tema del controllo sul nostro corpo che può essere messo in atto semplicemente attraverso la tracciabilità dei telefonini, e, d’altra parte, senza telefonini è difficile lavorare perché il lavoro stesso non è più, in occidente, quello tradizionale.
Serve allora capire che quello che la destra chiama eccezione e necessità non è un’invenzione da combattere in sé, ma un mutamento reale per capire e affrontare il quale non ci si può limitare a negare la realtà, perché in tal caso gli italiani continueranno a votare per chi propone ghetti per i rom, pene detentive e altri provvedimenti eccezionali, e in quanto tali, di facile comprensione, ben sapendo di rinunciare così a una quota di libertà, ma ben disposti a farlo in nome della sicurezza.
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andrej il 1/7/2008 alle 21:43 | |